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	<title>Corriere Della Cina</title>
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	<description>&#34;Un lungo cammino, inizia sempre con un piccolo passo.&#34;</description>
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		<title>Sul caso Google Bill Gates sta con Pechino</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 06:21:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Oggi al World Economic Forum è la giornata della Cina con l’intervento del vicepremier Li Keqiang (star in ascesa: futuro presidente o primo ministro) che parlerà di economia, rapporti con l’America, alle 15.45.
E’ probabile che reagisca alle accuse lanciate ieri da Sarkozy sulla “svalutazione competitiva” del renminbi e sulla “concorrenza sleale” della Cina.
Li Keqiang accennerà [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- content --><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-711" title="bill-gates1" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/02/bill-gates1-150x150.jpg" alt="bill-gates1" width="150" height="150" />Oggi al World Economic Forum è la giornata della Cina con l’intervento del vicepremier Li Keqiang (star in ascesa: futuro presidente o primo ministro) che parlerà di economia, rapporti con l’America, alle 15.45.</p>
<p>E’ probabile che reagisca alle accuse lanciate ieri da Sarkozy sulla “svalutazione competitiva” del renminbi e sulla “concorrenza sleale” della Cina.<span id="more-712"></span></p>
<p>Li Keqiang accennerà anche al caso Google? Su quest’ultimo intanto imperversano le polemiche contro Bill Gates e i vertici della Microsoft accusati di aver minimizzato il problema della censura cinese: così Pechino può giocare sulle divisioni nel fronte dell’industria americana.</p>
<p>Fonte: La Repubblica, 28 gennaio 2010</p>


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		<title>Hong Kong, si dimettono 5 deputati per dar vita al “referendum sulla democrazia”</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 06:20:09 +0000</pubDate>
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Migliaia di persone si sono riunite davanti al parlamento (Legco) di Hong Kong a sostegno di cinque deputati pro-democrazia che ieri si sono dimessi [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><span> <img class="alignleft size-thumbnail wp-image-709" title="HONG_KONG_-_CINA_flag_(600_x_450)" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/02/HONG_KONG_-_CINA_flag_600_x_450-150x150.jpg" alt="HONG_KONG_-_CINA_flag_(600_x_450)" width="150" height="150" />I cinque chiedono l’introduzione di un vero suffragio universale nel Territorio, che Pechino non intende concedere. Il sostegno della Chiesa alla decisione, che punta “a ottenere una vera, maggiore democrazia”. </span></p>
<div>Migliaia di persone si sono riunite davanti al parlamento (Legco) di Hong Kong a sostegno di cinque deputati pro-democrazia che ieri si sono dimessi per protestare contro “la lentezza imposta al processo di democratizzazione del Territorio”.</div>
<div>I cinque, nelle loro lettere di dimissioni, esprimono la speranza di arrivare “al cosiddetto referendum” per il suffragio universale nel 2012. <span id="more-708"></span>I partecipanti alla manifestazione di sostegno dei democratici hanno cantato, applaudito e ascoltato i discorsi dei cinque, le cui dimissioni diverranno effettive il 29 gennaio.</div>
<div>Le autorità della Cina continentale e i giornali di Hong Kong “pro-Pechino” affermano che il referendum  è “incostituzionale”, perché non previsto dalla Basic Law, la mini-Costituzione in vigore nel Territorio. Per spiegare le loro posizioni, i deputati dimissionari hanno chiesto e ottenuto al presidente del Consiglio legislativo di poter pronunciare un discorso.</div>
<div>Ma, prima di poter aprire bocca, 20 deputati vicini al governo centrale cinese se ne sono andati dall’aula, che è rimasta così senza il quorum necessario per rimanere in seduta. Anche se non pronunciato nel Consiglio, il discorso di Tanya Chan è stato reso pubblico dalla deputata.</div>
<div>Secondo la Chan, “le dimissioni servono per realizzare pienamente il suffragio universale ad Hong Kong. Vogliamo poter votare direttamente il capo dell’esecutivo e i deputati, abolendo le <em>functional</em> <em>constituencies </em>[i rappresentanti delle corporazioni]”. L’ex colonia britannica lotta per il raggiungimento della democrazia da circa 20 anni, ma il sistema “un uomo, un voto” è ancora lontano. Attualmente solo metà dei 60 parlamentari sono eletti in via diretta; gli altri sono eletti dalle corporazioni o sono scelti dal governo.</div>
<div>Alan Leong Kah-kit, altro dimissionario del Partito civico, scrive nel suo discorso: “Il sistema elettorale attualmente vigente non è corretto e va cambiato per proteggere i diritti umani e lo stato di diritto, e per una migliore <em>governance</em> e qualità della vita”.</div>
<div>Raymond Wong Yuk-man, cristiano protestante e fondatore della Lega per la democrazia sociale, sceglie invece (per spiegare le sue dimissioni) di citare le Beatitudini e l’appello di Gesù per la giustizia: “Hong Kong è il miglior posto per tenere su suolo cinese delle elezioni democratiche, in modo da permettere alla popolazione di esercitare il suo diritto democratico”.</div>
<div>Gli altri due dimissionari sono Albert Chan Waiyip e Leung Kwong-ung, entrambi appartenenti alla Lega.</div>
<div>Jackie Hung Ling-yu, funzionario della Commissione Giustizia e Pace della diocesi cattolica di Hong Kong, spiega ad <em>AsiaNews</em> che il cosiddetto referendum, le dimissioni dei parlamentari e le elezioni supplettive sono strumenti di lotta per una vera democrazia.</div>
<div>La Commissione, aggiunge, “incoraggerà i cattolici a votare durante le elezioni suppletive in base all’esercizio dei diritti civili”. Anche il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito della diocesi, ha incoraggiato la popolazione a votare.</div>
<div>Giustizia e Pace e altre organizzazioni chiedono di andare a votare sostenendo i candidati democratici, come segno della volontà di Hong Kong per la democrazia.</div>
<div>In molte inchieste di questi anni, più del 60% della popolazione del territorio si è espressa a favore del suffragio universale.</div>
<div>Fonte: <a href="http://www.asianwes.it">AsiaNews</a></div>


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		<title>Musica e poesia sostanza dell’Universo- Viaggio immaginario in una paesaggio cinese</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 21:12:07 +0000</pubDate>
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Musica e poesia sostanza dell’Universo-  Viaggio immaginario in una paesaggio cinese Con  Gisella Bein (voce recitante) e Luca Pisano (qin)
L&#8217;evento avrà luogo Sabato 30 [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-705" title="qin0067" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/01/qin0067-150x150.jpg" alt="qin0067" width="150" height="150" />Gentili lettori del Corriere della Cina,    siamo lieti di segnalarvi un imminente incontro a  cura dell&#8217;Istituto Confucio di Torino in collaborazione con il Circolo dei  Lettori:</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Musica e poesia sostanza dell’Universo-  Viaggio immaginario in una paesaggio cinese</strong></span> Con  <strong>Gisella Bein</strong> (voce recitante) e <strong>Luca Pisano</strong> (qin)<span id="more-704"></span></p>
<p>L&#8217;evento avrà luogo Sabato 30 Gennaio, ore 18.00 presso la Sala Rossa &#8211; Circolo dei Lettori &#8211; sito in Via Bogino, 9 a Torino</p>
<p><strong>Il qin è  tradizionalmente lo strumento prediletto dai raffinati letterati della Cina  imperiale. Chi suonava il qin scriveva versi e possedeva un animo nobile che la  musica aveva contribuito a educare. Lo spettacolo racconta la storia delicata di  un suonatore solitario intercalando brani musicali alla lettura di antiche  poesie Tang.</strong></p>
<p>L’appuntamento rientra nel progetto &#8220;Le mie lingue&#8221;   promosso dalla Città di Torino &#8211; Settore Integrazione Educativa, Centro  Interculturale, Sistema Bibliotecario Urbano, Settore Integrazione, in  collaborazione con il Comitato ItaliaCentoCinquanta, UTS, le scuole cittadine,  il Circolo dei Lettori e con il Patrocinio dell’UNESCO e della Presidenza della  Repubblica.</p>
<p>Per  info: Segreteria  Istituto Confucio- 011.6703913</p>
<p><a href="https://mail.google.com/mail/h/zszmpp2rc8ti/?v=b&amp;cs=wh&amp;to=segreteria@istitutoconfucio.torino.it" target="_blank">segreteria@istitutoconfucio.torino.it</a></p>


<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>La ciberguerra: fra Stati Uniti e Cina rapporti sempre più tesi</title>
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<p>Gianluigi Indri</p>


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		<title>Nuova politica per il Tibet: repressione e modernizzazione</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 20:38:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riprendono oggi i dialoghi fra gli inviati del Dalai Lama e il governo cinese. Ma le posizioni rimangono immutate: il Dalai Lama chiede l’autonomia culturale e religiosa; Pechino lo accusa di voler dividere la nazione. Intanto in Tibet la Cina ha lanciato un nuovo programma che prevede arresti e aspre sentenze contro monaci e fedeli, [...]


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<li><a href='http://www.corrieredellacina.it/militari-inviati-in-tibet-riceveranno-una-speciale-indennita/2009/12/04' rel='bookmark' title='Permanent Link: Militari inviati in Tibet riceveranno una speciale indennità'>Militari inviati in Tibet riceveranno una speciale indennità</a></li>
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			<content:encoded><![CDATA[<div><span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-698" title="tibet.location" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/01/tibet.location-150x150.gif" alt="tibet.location" width="150" height="150" />Riprendono oggi i dialoghi fra gli inviati del Dalai Lama e il governo cinese. Ma le posizioni rimangono immutate: il Dalai Lama chiede l’autonomia culturale e religiosa; Pechino lo accusa di voler dividere la nazione. Intanto in Tibet la Cina ha lanciato un nuovo programma che prevede arresti e aspre sentenze contro monaci e fedeli, insieme a un enorme sforzo finanziario e di personale. L’analisi di uno dei più grandi esperti di politica cinese. </span><span id="more-16495"> </span></div>
<div><em>Sono giunti oggi nella capitale cinese gli inviati del Dalai Lama per la ripresa dei colloqui sulla situazione della regione himalayana. <span id="more-697"></span>I negoziati sono stati aperti e chiusi diverse volte dal 2002. L’ultima occasione è stata nel novembre 2008, dopo le Olimpiadi di Pechino e dopo la violenta repressione dei moti tibetani di marzo dello stesso anno. Il Dalai Lama cerca una soluzione per poter tornare in Tibet, da dove è fuggito nel 1959. In cambio egli ha da tempo annunciato la rinuncia al potere politico e all’indipendenza della regione, domandando però l’autonomia religiosa e culturale. Pechino non ha mai accettato la sua proposta, accusandolo sempre di secondi fini e di voler tramare contro “l’unità della nazione cinese”. Intanto non si fermano né le rivolte, né gli arresti e la repressione. Pechino si vanta della modernizzazione industriale del Tibet che sta portando benessere alla regione. Ma secondo il Dalai Lama questa politica sta portando al “genocidio culturale” del Tibet. Per gentile concessione della Jamestown Foundation (www.jamestown.org), pubblichiamo l’acuta analisi sulla situazione tibetana a cura di Willy Wo-lap Lam. </em></div>
<div>Il governo cinese guidato da Hu Jintao ha indurito in maniera significativa la propria politica rispetto al Tibet, in un apparente tentativo di assicurare in quella sensibile provincia il rispetto del proverbiale detto del Partito comunista cinese: “Lungo regno e stabilità perenne”.</div>
<div>A guidare la Regione autonoma del Tibet (Rat) sono stati nominati nuovi dirigenti di provata fede comunista. Nel frattempo, sono stati stanziati dei fondi senza precedenti per aiutare i 6,5 milioni di tibetani che vivono nella regione, così come nelle province confinanti del Sichuan, Gansu e Qinghai. Ma il fulcro dei nuovi progetti di infrastrutture rimane comunque quello di aiutare la migrazione dei cinesi di etnia han. Queste misure multifunzionali sembrano ideate per evitare possibili scontri quando il 75enne Dalai Lama scomparirà dalla scena. Nel frattempo, le prospettive di riaprire un canale di dialogo fra Pechino e il leader spirituale in esilio sono divenute più esili che mai.</div>
<div><strong><em>I nuovi leader</em></strong></div>
<div><strong> </strong></div>
<div>Il ricambio politico che ha catturato di più l’attenzione è stata la promozione del “falco” 58enne Pema Thinley (noto anche come Padma Choling) a presidente del Rat, una carica che di fatto lo rende governatore della provincia. Pema, ex vice-presidente esecutivo che è stato anche promosso a vice-Segretario del Partito comunista del Tibet, ha preso il posto del 62enne Qiangba Pucong, che a sua volta è divenuto il presidente del Congresso del popolo (l’Assemblea legislativa) locale<a name="_ftnref1" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn1"><span><span><span>[1]</span></span></span></a>. Dato che al relativamente moderato (ma inefficiente) Qiangba mancano ancora tre anni per andare in pensione (di norma infatti i leader comunisti provinciali lasciano il posto al raggiungimento del 65esimo anno di età) è presumibile che la sua rimozione rappresenti una punizione per non aver reagito con la necessaria durezza alle proteste anti-cinesi che sono esplose in Tibet nella primavera del 2008 e nel 2009. Pema, al contrario, è uno dei pochi dirigenti anziani di etnia tibetana ad avere alle spalle una solida esperienza militare. Ha servito nei distretti militari del Tibet e del Qinghai dal 1969 al 1986. Quando il presidente Hu era il leader del Partito tibetano, lui era il segretario della cellula comunista dell’Ufficio generale del governo, oltre che vice-presidente del distretto di Nanshan. Inoltre Pema, che dagli inizi del 2000 è stato responsabile per la legge e l’ordine sociale del Rat, è ritenuto un sostenitore feroce della “strategia dura” di Pechino contro le cosiddette “tre forze malvagie” del separatismo, terrorismo ed estremismo religioso<a name="_ftnref2" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn2"><span><span><span>[2]</span></span></span></a>.</div>
<div>Le nuove, dure tattiche adottate dall’apparato Stato-Partito nei confronti delle minoranze etniche sono state approvate durante la riunione dell’8 gennaio del Politburo, dedicato esclusivamente alle problematiche tibetane. Nel corso dell’incontro, il presidente Hu (che ha guidato il Partito del Tibet dal 1988 al 1992) ha esposto due obiettivi primari per la regione nel prossimo decennio: cercare di raggiungere un imponente sviluppo economico e mantenere la stabilità a lungo termine. Nello sforzo apparente di conquistare i cuori e le menti dei tibetani, Hu ha promesso che il governo centrale aiuterà il Tibet in 4 modi diversi: con massicci investimenti, con il trasferimento di tecnologia, con l’invio di dirigenti qualificati e con quello di “esperti e talenti”. E’ stato deciso che, per il prossimo anno, il Prodotto interno lordo della regione dovrà toccare il 12 %, mentre per gli investimenti ad assetto fisso è attesa una sbalorditiva crescita del 18 %.</div>
<div>Sotto il diktat presidenziale del “percorrere la via dello sviluppo con le caratteristiche cinesi e il profumo tibetano”, sono stati definiti altri input per lo sviluppo economico dell’area: fra questi sono previsti progetti di infrastrutture, turismo, industria mineraria e manifatturiera. Non sorprende il fatto che, all’inizio dell’anno, alla Borsa di Shanghai sia cresciuto velocemente il valore delle azioni di quella dozzina di aziende collegate con i settori dell’edilizia, dei trasporti e delle miniere del Tibet<a name="_ftnref3" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn3"><span><span><span>[3]</span></span></span></a>.</div>
<div><strong><em>L’aeroporto più alto del mondo</em></strong></div>
<div><strong> </strong></div>
<div>Inserito negli schemi di infrastrutture previste per il 12° Piano quinquennale della regione, che va dal 2011 al 2015, c’è quello che la stampa cinese ha subito definito “l’aeroporto più alto del mondo”. Previsto a un’altitudine di 4.436 metri, l’aeroporto della prefettura tibetana di Nagqu costerà 1,8 miliardi di yuan (circa 180 milioni di euro); la sua costruzione inizierà alla fine del 2010. Secondo i media locali l’aeroporto di Nagqu dovrebbe, insieme ad altre strutture ultra-moderne come la ferrovia che unisce il Qinghai e il Tibet, “perfezionare una rete di trasporti tridimensionali che coinvolgerà lo sviluppo di tutta la regione”<a name="_ftnref4" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn4"><span><span><span>[4]</span></span></span></a>.</div>
<div>I tibetani in esilio e gli esperti occidentali della regione, tuttavia, hanno reagito in maniera negativa al presunto “nuovo corso” deciso da Pechino per la povera regione. I rappresentanti del Dalai Lama hanno sottolineato che gli investimenti cinesi nel Rat andranno in prevalenza a beneficio di industriali e operai specializzati provenienti da altre regioni, e soprattutto che il nuovo e modernissimo sistema di trasporti aiuterà più che altro la “cinesizzazione” del Tibet tramite la migrazione dei cinesi di etnia han nella regione.</div>
<div>Commentando la nuova politica tibetana del governo di Hu Jintao, Robert Barnett (tibetologo dell’ americana Columbia University) ha sottolineato che “ora la Cina sembra bloccata nel conflitto con il Tibet. Anche se ai leader politici di Pechino manca la capacità politica di ammettere che le politiche esistenti potrebbero aver fallito, ora credono che i tibetani saranno vinti con un miscuglio composto dalla repressione e da una modernizzazione rinforzata e culturalmente corrosiva che stimola la migrazione”<a name="_ftnref5" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn5"><span><span><span>[5]</span></span></span></a>.</div>
<div>Il presidente Hu e i suoi consiglieri non hanno chiarito che tipo di “esperti” saranno inviati in Tibet. Sull’onda delle violenze etniche che lo scorso anno sono esplose nella regione e nel Xinjiang, tuttavia, nelle caserme delle due regioni sono stati inviati ancora più soldati e ufficiali della Polizia armata del Popolo, un corpo paramilitare<a name="_ftnref6" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn6"><span><span><span>[6]</span></span></span></a>. E’ significativo inoltre che lo scorso mese il comandante in capo di tutte le forze militari cinesi (lo stesso Hu Jintao) abbia nominato comandante della Polizia nazionale – che si stima abbia circa 1 milione di membri &#8211; un ex leader della Polizia tibetana, il tenente-generale Wang Jianping. Gli elementi “anti-cinesi” del Tibet sono per natura pacifisti e non violenti, in particolare se paragonati con i cosiddetti separatisti del Xinjiang. Eppure le autorità cinesi hanno trovato una resistenza raddoppiata, mentre stringono la morsa contro i monaci e gli altri potenziali “creatori di problemi” del Rat e dei distretti tibetani delle province confinanti. Pechino ha lanciato una controversa campagna per registrare le “qualifiche” e il resto del materiale di background di tutti i Buddha viventi, dei monaci e delle monache che vivono in Tibet.</div>
<div><strong><em>Condanne per monaci e dissidenti</em></strong></div>
<div><strong> </strong></div>
<div>In pochi mesi, le autorità giudiziarie hanno emesso dure sentenze contro molti monaci e dissidenti. Ad esempio, il regista liberale Dhondup Wangchen è stato condannato lo scorso mese a sei anni di galera per aver girato un documentario che condanna le politiche cinesi relative alle politiche culturali in Tibet<a name="_ftnref7" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn7"><span><span><span>[7]</span></span></span></a>. Inoltre, Pechino sembra aver chiuso la “porta girevole” dei negoziati con gli inviati del Dalai Lama. Le relazioni del Partito comunista cinese con il vincitore del Premio Nobel per la Pace si sono incrinate in maniera particolare poco prima della visita del leader tibetano nella regione indiana dell’Arunachal Pradesh, una provincia sotto la giurisdizione di Delhi che Pechino considera territorio cinese.</div>
<div>I diplomatici cinesi stanno inoltre tentando ogni strada per evitare che i politici delle nazioni occidentali incontrino il capo del movimento (leggi “governo”) tibetano in esilio. Secondo diversi analisti diplomatici, il governo di Hu non ritiene necessario riaprire il dialogo perché considera favorevole alla Cina il momento attuale. Alla morte del Dalai Lama, il movimento tibetano si ritroverà senza un leader riconosciuto a livello globale: sarà dunque più facile spezzettarlo in fazioni<a name="_ftnref8" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn8"><span><span><span>[8]</span></span></span></a>. Il professor Barnett ritiene che, anche se Pechino non ha escluso del tutto la possibilità di riaprire i dialoghi, le possibilità di un compromesso sono molto esili: “La parte cinese potrebbe acconsentire a un incontro dell’ultimo minuto con il Dalai Lama, per evitare l’ignominia di costringerlo a morire in esilio. Ma fino a che ritengono che ci sia un collegamento fra il leader buddista, il fallimento delle politiche tibetane e le proteste nella regione, sarà difficile che possano offrire ai tibetani qualcosa di veramente significativo”.</div>
<div>Allo stesso tempo, il presidente Hu Jintao (che è il membro del Politburo incaricato degli affari delle minoranze etniche) ha rinforzato la rete della sicurezza nazionale nella Regione autonoma del Xinjiang. Per mantenere l’ordine e lo stato di diritto, il governo provinciale prevede di essere costretto a spendere nel 2010 circa 2,89 miliardi di yuan (pari a 289 milioni di euro). Questo dato rappresenta un aumento dell’87,9 % rispetto all’investimento stanziato nel 2009. Il leader della regione settentrionale Nur Bekri, membro della Lega comunista giovanile di Hu, ha detto la scorsa settimana che “per il Xinjiang rimane una priorità rafforzare la sicurezza sociale e rispondere con pugno di acciaio alle tre minacce malvagie del terrorismo, separatismo ed estremismo religioso<a name="_ftnref9" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn9"><span><span><span>[9]</span></span></span></a>”. La decisione di indurire ancora di più la situazione nelle due province, presa dai massimi leader comunisti, ha reso ancora più improbabile la sostituzione in tempi brevi dei due Segretari comunisti locali, gli ultra-conservatori Zhang Qingli e Wang Lequn. E questo nonostante i media di Hong Kong abbiano più volte riportato che il 65enne Wang, che è stato assegnato al Xinjiang nei primi anni ’90, sarebbe stato presto trasferito in una località meno “sensibile”<a name="_ftnref10" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn10"><span><span><span>[10]</span></span></span></a>.</div>
<div><strong><em>Eliminare i moderati</em></strong></div>
<div><strong> </strong></div>
<div>Uno dei risultati peggiori della svolta conservatrice delle politiche di Pechino rispetto a Tibet e Xinjiang è rappresentato dal fatto che i moderati di entrambi i lati sono stati costretti al silenzio. Ad esempio, prima degli scontri scoppiati a Urumqi il 5 luglio dello scorso anno, un buon numero di intellettuali – sia di etnia han che uiguri del Xinjiang &#8211; avevano messo in piedi dei siti internet che lavoravano per ottenere una riconciliazione fra le linee etniche. Quanto meno in maniera non ufficiale, i dirigenti liberali cinesi sono persino arrivati a chiedere un ritorno a quelle politiche etniche flessibili e tolleranti portate avanti da personalità illustri come l’ex Segretario del Partito Hu Yaobang e l’ex vice-premier Xi Zhongxun, defunto padre dell’attuale vice-presidente Xi Jingping<a name="_ftnref11" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftn11"><span><span><span>[11]</span></span></span></a>.</div>
<div>Tuttavia, subito dopo la cancellazione dei siti e delle Organizzazioni liberali, le voci della ragione e della moderazione sono state messe ai margini. Inoltre il nazionalismo, che include una crescente intolleranza nei confronti di culture ritenute aliene come quelle dei tibetani e degli uiguri, sembra aumentare fra i giovani cinesi han. Così come gli attacchi all’Occidente, ritenuto il protettore dei movimenti indipendentisti della Cina. Gli ultimi strali contro tibetani e uiguri, definiti “irriconoscenti e anti-patriottici”, si possono leggere nelle chat dei siti internet cinesi più popolari. Dato il blackout delle notizie imposto su Tibet e Xinjiang, sembra che a breve termine le nuove e più dure politiche decise dal Politburo siano quanto meno riuscite a ottenere il risultato di sconfiggere tutte le manifestazioni e le rimostranze. Sul lungo periodo, tuttavia, la soppressione violenta e la “cinesizzazione” non riusciranno a produrre quel tipo di comprensione e senso di cameratismo fra le diverse nazionalità che sono necessarie per ottenere una vera stabilità a lungo termine e la prosperità.</div>
<div><em>* Willy Wo-lap Lam è un profondo conoscitore della Cina residente a Hong Kong, con più di 25 anni di esperienza di analisi e scrittura delle politiche cinesi, degli affari esteri, di quelli militari e delle relazioni fra Cina e Taiwan. Ha vissuto a Pechino dal 1986 al 1989 e ha ricoperto alti incarichi editoriali all’interno di diversi media regionali e internazionali fra cui Asiaweek, il South China Morning Post e l’ufficio Asia-Pacifico della Cnn. Il dottor Lam ha scritto cinque libri sulla Cina, fra cui “La Cina dopo Deng Xiaoping” e “L’era di Jiang Zemin”</em></div>
<div>
<div><a name="_ftn1" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref1"><span><span><span>[1]</span></span></span></a> Ming Pao, quotidiano di Hong Kong, 16 gennaio 2010; Tibet Daily, 6 gennaio 2010</div>
</div>
<div>
<div><a name="_ftn2" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref2"><span><span><span>[2]</span></span></span></a> Novosti News Agency, 12 gennaio 2010; Xinhua News Agency, 12 gennaio 2010</div>
</div>
<div>
<div><a name="_ftn3" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref3"><span><span><span>[3]</span></span></span></a> Tibet Daily, 9 gennaio 2010; Xinhua News Agency, 9 gennaio 2010; People’s Daily, 10 gennaio 2010</div>
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<div><a name="_ftn4" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref4"><span><span><span>[4]</span></span></span></a> Afp, 12 gennaio 2010; Mil.news.sohu.com, 16 gennaio 2010</div>
</div>
<div>
<div><a name="_ftn5" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref5"><span><span><span>[5]</span></span></span></a> Intervista con l’Autore, 15 gennaio 2010</div>
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<div><a name="_ftn6" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref6"><span><span><span>[6]</span></span></span></a> Vedi: “La crisi del Xinjiang: un test per la strategia del bastone e della carota di Pechino”, China Brief, 23 luglio 2009</div>
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<div><a name="_ftn7" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref7"><span><span><span>[7]</span></span></span></a> AsiaNews.it, 4 gennaio 2010; Reuters, 7 e 11 gennaio 2010</div>
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<div><a name="_ftn8" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref8"><span><span><span>[8]</span></span></span></a> Reuters, 8 novembre 2009; Ming Pao, 9 novembre 2009; Global Times (giornale di Pechino), 8 dicembre 2009</div>
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<div><a name="_ftn9" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref9"><span><span><span>[9]</span></span></span></a> China News Service, 8 gennaio 2010; China Daily, 13 gennaio 2010</div>
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<div><a name="_ftn10" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref10"><span><span><span>[10]</span></span></span></a> Ming Pao, 14 dicembre 2009; News.newstarnet.com (sito di Pechino), 15 dicembre 2009</div>
</div>
<div><a name="_ftn11" href="http://www.asianews.it/notizie-it/Nuova-politica-per-il-Tibet:-repressione-e-modernizzazione-17448.html#_ftnref11"><span><span><span>[11]</span></span></span></a> Afp, 9 luglio 2009; The Times (quotidiano di Londra), 7 agosto 2009</div>
<p>Fonte: AsiaNews</p>


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		<title>La Recensione del Anycool D528</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 20:35:18 +0000</pubDate>
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Cellulare di marca Anycool, con DualSim in dual Stand-by. Modello che presenta la tastiera numerica e la possibilità di digitazione tramite touch-screen.
Modello &#8220;base&#8221;, quindi non supporta Java, non ha WiFi, non ha GPS integrato e non si vede la TV! Telefono indicato a chi usa il cellulare per telefonare (anche tanto, vista la durata della [...]


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<li><a href='http://www.corrieredellacina.it/anycool-kingbond-t628d-il-cellulare-cinese-con-televisione-digitale-terrestre/2009/12/27' rel='bookmark' title='Permanent Link: Anycool (Kingbond) T628D: il cellulare cinese con televisione digitale terrestre'>Anycool (Kingbond) T628D: il cellulare cinese con televisione digitale terrestre</a></li>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-695" title="d528_b_1" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/01/d528_b_13-150x150.jpg" alt="d528_b_1" width="150" height="150" />Introduzione</strong><br />
Cellulare di marca Anycool, con DualSim in dual Stand-by. Modello che presenta la tastiera numerica e la possibilità di digitazione tramite touch-screen.<br />
Modello &#8220;base&#8221;, quindi non supporta Java, non ha WiFi, non ha GPS integrato e non si vede la TV! Telefono indicato a chi usa il cellulare per telefonare (anche tanto, vista la durata della batteria) e mandare SMS (e anche MMS). Si può ascoltare la musica con il lettore audio integrato, ma oltre a questo, non è sicuramente un modello indicato ai più accaniti &#8220;smanettoni&#8221; che vogliono in un cellulare tante, a volte troppe, funzioni! <span id="more-693"></span><strong>Primo contatto</strong><br />
Trovo il telefono alloggiato in una scatola carina e soprattutto robusta, con comoda chiusura a magneti. Nella confezione trovo, oltre al telefono (ovvio!), anche 2 batterie, il caricabatterie con spinotto europeo, il cavo di connessione USB &#8211; MiniUSB, e gli auricolari con attacco MiniUSB (l&#8217;audio in auricolare non è affatto buono, quindi consiglio l&#8217;acquisto di un auricolare BlueTooth, o un connettore MiniUSB-jack da 3.5), il pennino per il touch-screen che trova alloggiamento nella cover posteriore del telefono, ed un manuale di istruzioni in inglese.<br />
Il telefono è leggerissimo, in mano quasi non lo si sente, in tasca è come non averlo!<br />
Materiale interamente plastico ma di buon assemblaggio, non fa sicuramente rimpiangere la mancanza di parti metalliche.</p>
<p><strong>Funzionalità telefoniche</strong><br />
Sul display appaiono i nomi degli operatori di entrambe le sim (io lo uso con Vodafone e Wind.. non supporta le Usim H3G), ed appaiono entrambe le icone di ricezione del segnale.<br />
In alto appare un lucchetto barrato (vuol dire che la tastiera non è bloccata (icona parecchio curiosa.. quando bloccate la tastiera il lucchetto apparirà senza sbarra) e una nota musicale con di fianco l&#8217;icona della vibrazione (ho impostato il telefono con avviso di chiamata vibro+suoneria). In alto a destra l&#8217;icona della batteria a 3 tacchette. Blu quando è piena, Verde a metà carica e Rossa all&#8217;ultima tacca.<br />
In basso sullo schermo appaiono 5 funzioni preimpostate (rubrica e tastiera touch per telefonare, video player, gestione SMS/MMS, audio player e menù) oltre alle 3 icone che compaiono sulla riga superiore a questa e che sono personalizzabili.<br />
Personalizzabili sono anche i 4 tasti del joystick centrale: si può assegnare la funzione preferita.<br />
La ricezione del segnale è ottima (superiore a quella di alcuni terminali commercializzati in Italia) e l&#8217;audio è chiaro e potente, tanto da dover essere abbassato tramite i 2 tastini posti sulla parte destra della cover (tasti utili anche per navigare nel menù).<br />
Per la composizione dei messaggi è possibile utilizzare la tastiera numerica del telefono oppure impostare la qwerty sul touchscreen (sono disponibili tastiere qwerty di diversi alfabeti, tra cui quella italiana). Non è presente il T9, quindi con la tastiera numerica per ogni lettera vanno contate le digitazioni.</p>
<p><strong>Funzionalità PIM</strong><br />
Oltre alle funzioni base di visualizzazione di data ed ora (personalizzabile nel formato) troviamo la curiosa possibilità di impostare come wallpaper anche 2 immagini ad orologio. Su di una appare l&#8217;orologio analogico e sull&#8217;altra quello digitale.<br />
La rubrica è personalizzabile (visualizza solo la SIM1, solo la SIM2, solo il telefono o tutte e 3 insieme), sulla SIM sono letti solo 250 numeri anche se la scheda ha capacità maggiore, mentre il telefono raccoglie sino a 300 contatti, ognuno personalizzabile con più campi (tel. casa, cellulare, ufficio, FAX, mail, foto personale, suoneria personale).<br />
Impostabili anche la Blacklist per i numeri a cui non si vuol rispondere e la VIPlist, una sorta di gruppo chiuso a cui permettere di telefonarci.<br />
Presenti anche la sveglia (suona a telefono spento) la calcolatrice, il cronometro, e il memo per gli appuntamenti e le cose da fare, oltre all&#8217;agenda e a tutti i fusi orari mondiali.</p>
<p><strong>Funzionalità multimediali</strong><br />
L&#8217;audio è ottimo alla &#8220;cornetta&#8221;, addirittura talmente forte e nitido da dover essere abbassato. Anche il microfono è buono e chi chiamiamo ci sente con suono pulito.<br />
Purtroppo il giudizio è negativo sugli auricolari in dotazione (eco e suono metallico) quindi conviene munirsi di auricolare BT o di altro auricolare: l&#8217;auricolare ha l&#8217;attacco MiniUSB, quindi se volete usare gli auricolari con jack da 3.5 munitevi anche di adattatore (si trovano a prezzi inferiori ai 5 Euro).<br />
La fotocamera non ha una risoluzione ottima, va bene per qualche foto in buone condizioni di luce, ma non è minimamente paragonabile alle fotocamere montate sui modelli più performanti commercializzati in Italia, basta pensare che non è nemmeno dotata di flash. Fa solo fotografie e non registra i video.<br />
Video che si possono caricare sulla MicroSD ed essere visti sul telefonino tramite il video player, stessa cosa vale per i file audio.<br />
E&#8217; inoltre presente la radio, che funziona solo con auricolare inserito. Per audio, video e radio è sempre consigliato un auricolare migliore rispetto a quella in dotazione.<br />
Non è presente la TV, che invece molti ricercano in questi telefoni d&#8217;oriente. Assente anche il GPS e le varie applicazioni Java.</p>
<p><strong>Funzionalità aggiuntive</strong><br />
Non ci sono tantissime funzionalità oltre a quelle base. Direi che il tutto è riassunto nei punti precedenti.. ci sono poi 3 giochi preinstallati (e non se ne possono aggiungere altri) e la possibilità di scrivere con il pennino sul display, che farà poi da solo il riconoscimento della scrittura (funzione utile e divertente per cercare i nomi in rubrica)</p>
<p><strong>Funzionalità avanzate</strong><br />
Trattandosi di un modello &#8220;base&#8221; non troviamo troppe funzionalità. Il telefono permette la navigazione sul web tramite WAP, ma non supportando Java non permette l&#8217;installazione di browser tipo Opera Mini. Si può collegare al PC con il cavo USB in dotazione: durante il collegamento il telefono si ricarica ed è possibile esplorare la Micro SD come un qualsiasi disco rimovibile.</p>
<p><strong>Conclusioni</strong><br />
Ho comprato questo telefono per la comodità di avere 2 SIM e non 2 cellulari. Mi interessava un prodotto &#8220;easy&#8221;, per telefonate (tante) e mandare qualche SMS. Devo dire che in questo modello ho trovato la sicurezza e l&#8217;affidabilità che cercavo! Trattasi di un terminale base davvero valido, per chi del telefono deve fare un uso &#8220;concreto&#8221; e non di &#8220;giocattolo&#8221;. Fonte: Cinafonini</p>


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		<title>Questo è l’inizio di uno scontro tra due civiltà</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 13:41:46 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-691" title="internet" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/01/internet-150x150.jpg" alt="internet" width="150" height="150" />«La polemica sulla libertà su Internet segna l’inizio di un anno terribile nelle relazioni fra Stati Uniti e Cina». Parola di Douglas Paal, vicepresidente della Fondazione Carnegie a Washington, ex stretto collaboratore di Ronald Reagan e direttore per l’Asia nel Consiglio della sicurezza nazionale di George Bush sr. Perché crede che Hillary Clinton abbia scelto di porre con chiarezza a Pechino la questione della libertà su Internet?<span id="more-690"></span>«L’America è fondata sulla libertà di parola, anche sul Web. Era un passo inevitabile e la recente scelta di Google di porre la questione della censura in Cina è stata un acceleratore».<br />
A suo avviso il caso-Google è stato determinante?<br />
«Hillary aveva già deciso di fare il discorso ma Google ha aggiunto un tassello importante: le aziende americane che operano in Cina convivono male con le rigide regole della censura locale. Sono un ostacolo alle loro attività».</p>
<p>C’è un nesso fra il discorso di Hillary e quello fatto in autunno da Obama a Shanghai contro la censura su Internet?<br />
«Il governo cinese a Shanghai era riuscito a limitare la diffusione delle parole pronunciate da Obama nell’incontro con gli studenti. Ora Hillary ha dato una veste molto più ufficiale, governativa, all’importanza del tema per gli Stati Uniti».</p>
<p>Si aspettava la dura replica delle autorità cinesi?<br />
«L’aspetto più interessante della loro risposta è costituito dall’articolo pubblicato su una rivista specializzata in commercio, nel quale si ricostruisce nei dettagli come Internet al momento sia gestito da una Ong che di fatto è un’emanazione del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti…».</p>
<p>E’ un messaggio?<br />
«Certo, e neanche troppo velato. La Cina sta dicendo che se gli Stati Uniti insistono nell’imporre le proprie regole e i propri valori a Internet, la contromossa potrebbe essere creare un Internet alternativo, assieme a Nord Corea, Iran e ad altri Paesi che praticano la censura all’informazione. E’ un approccio da guerra di mercato. D’altra parte non è forse vero che l’Europa vuole creare un sistema Gps alternativo a quello attuale basato sui satelliti Usa? Il governo americano non deve sottovalutare tali avvertimenti».</p>
<p>Che impatto avrà il duello sulla libertà di Internet sulle relazioni fra Usa e Cina?<br />
«Ci suggerisce che siamo all’inizio di un anno che si annuncia terribile nelle relazioni bilaterali».</p>
<p>Perché fa questa previsione?<br />
«Guardiamo il calendario per capire che cosa ci aspetta. In febbraio gli Stati Uniti proporranno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite le nuove sanzioni contro il programma nucleare dell’Iran e già sappiamo che la Cina non le voterà. In marzo gli Stati Uniti vareranno un nuovo pacchetto di aiuti militari a Taiwan che a Pechino creerà forte irritazione, poi in aprile si terrà a Washington il summit tanto voluto da Barack Obama contro la proliferazione nucleare, al quale la Cina non parteciperà. Se a ciò aggiungiamo che fra i due Paesi esiste un ampio spettro di contenziosi commerciali irrisolti e che presto il presidente Obama potrebbe incontrare il Dalai Lama, leader dei tibetani in esilio, non è difficile comprendere come il nodo della libertà su Internet non è che la punta dell’iceberg che ci sta per piombare addosso».</p>
<p>Ciò significa che l’intenzione degli Stati Uniti di avere nella Cina un partner strategico privilegiato a livello globale è a rischio?<br />
«Al momento entrambe le capitali hanno questo interesse ma le differenze esistenti sono destinate a diventare più palesi. Anche perché Washington, come il discorso di Hillary dimostra, sembra aver deciso di accelerare, di parlare chiaro su alcuni temi».</p>
<p>Mauro Molinari</p>
<p>Fonte: Legno Storto</p>


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		<title>L’ineffabile Sisci: Finita luna di miele Usa-Cina</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 09:13:40 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-688" title="alg_china_hilary-clinton" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/01/alg_china_hilary-clinton-150x150.jpg" alt="alg_china_hilary-clinton" width="150" height="150" />Se non è la fine del breve matrimonio del G2 tra Usa e Cina comunque il crescendo di botta e risposta sulla questione del motore di ricerca statunitense Google pare proprio la fine della loro luna di miele. Ieri Pechino ha respinto con durezza le accuse lanciate dal segretario di stato americano Hillary Clinton contro la mancanza di libertà su Internet in Cina prendendo spunto dalla minaccia di Google di uscire dal paese asiatico dopo un tentativo di pirateria informatica cinese.<span id="more-687"></span> Il portavoce del ministero degli esteri di Cina Mao Zhaoxu in una nota ha negato le imputazioni americane e ha “sollecitato gli Usa a rispettare i fatti e smettere di usare la cosiddetta libertà di internet per rivolgere accuse senza fondamento contro la Cina”. I fatti, secondo Pechino, sono che la questione di Google riguarda una complessa trattativa commerciale tra il governo e il gigante informatico, non la politica o la censura. Google infatti, quando le condizioni gli erano favorevoli, aveva accettato di essere in Cina secondo le regole cinesi. Più diretto e meno diplomatico è stato quanto ha scritto il popolare quotidiano Tempi Globali rivolto al pubblico cinese. “La cosiddetta libertà di internet americana è libertà sotto controllo americano”, ha detto il giornale riferendosi al fatto che anche il governo statunitense, come quello cinese, cerca di esercitare forme di gestione della rete. “Ci sono idee balzane in America che rendono la libertà di internet una politica di stato da predicare in altri paesi,” ha aggiunto Tempi globali. Qui la questione di Google si divide e si complica in Cina: c’è un impatto di politica di governo e di relazioni tra popolo cinese e americano. Sulle questioni di governo, funzionari cinesi hanno invitato a smorzare i toni, avvertendo che vi sono complesse questione bilaterali ancora da chiudere: la vendita di armi americane a Taiwan, la visita del Dalai Lama a Washington, entrambe osteggiate da Pechino, la questione del deficit commerciale americano verso la Cina. Tutte questi sono grossi problemi che rischiano di incrinare i rapporti ma che in realtà dovrebbero avere trovato dei modi di gestione che accontentano le parti. Più delicato è invece l’appello della Clinton sulla libertà di internet, che sembra riecheggiare appelli alla libertà di opinione lanciati dall’Occidente verso l’Urss oppressore. Solo che i cinesi di oggi non sono i cittadini sovietici di ieri. Secondo esperti di internet cinesi, i quasi 400 milioni di utenti del web di qui non si fidano del loro governo, che cerca di intromettersi nelle loro vite virtuali in rete, ma non si fidano nemmeno di altri governi, come quello americano, che ritengono ugualmente colpevoli di invasioni nella privacy dei cittadini. Ai tempi dell’Urss, molti cittadini sovietici si fidavano più degli appelli americani alla libertà che delle promesse di Mosca, ma in Cina è il contrario, se messi alle strette i cittadini si fidano più di Pechino. “Molta gente pensa: se Google era un vero paladino della libertà, perché fino ad adesso ha accettato le censure imposte dal governo cinese? Perché pensava che gli convenisse e ora pensa che non gli conviene più – spiega un esperto cinese – Perché ancora non ha abolito queste censure e non è uscita dal mercato cinese? Perché sta conducendo una trattativa commerciale con Pechino. Se le cose stanno così quali sono i veri fini di questa dichiarazione della Clinton? E comunque come non ci si può fidare delle censure di Pechino così non ci si può fidare né di Google né della Clinton”. In effetti, c’è stato un impatto profondo nelle relazioni bilaterali, secondo Shi Yinhong, professore di relazioni internazionali all’Università del popolo di Pechino. “La Cina aveva ammesso che ci sono aree dove si possono fare dei passi avanti, e poi la Clinton ha presentato i suoi commenti in pubblico paragonandoci a Egitto e Arabia saudita ha detto Shi – Perciò penso che il discorso sia la cosa meno diplomatica le Clinton abbia detto da un anno a questa parte”. D’altro canto la Cina vorrebbe mettere una pietra sulla vicenda. Molti commenti anti americani su internet sono stati eliminati e i più morbidi tra i cinesi notano che in fondo Egitto e Arabia saudita sono fedeli alleati degli Usa.<br />
Francesco Sisci La Stampa</p>


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		<title>Bravo Google</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 22:23:43 +0000</pubDate>
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Toni Brandi</span> Leggi anche <a href="http://www.laogai.it/wp-content/uploads/2010/01/epolis_nazionale.pdf">l’articolo su Epolis</a> e <a href="http://www.laogai.it/wp-content/uploads/2010/01/pechino-contro-google-la-censura-fa-bene.pdf">sul quotidiano L’Opinione.</a></p>


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		<title>L’eroismo di Google e la paura della Cina</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 22:22:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-678" title="google-china-flag" src="http://www.corrieredellacina.it/wp-content/uploads/2010/01/google-china-flag-150x150.jpg" alt="google-china-flag" width="150" height="150" />Non si placa la tensione fra Cina e Stati Uniti dopo gli attacchi contro Google. Un portavoce della Casa Bianca ha detto ieri che il presidente Obama è “preoccupato” per quanto avvenuto alla compagnia americana e aspetta “alcune risposte” dalla Cina, minacciando “conseguenze” per coloro che sono responsabili dell’attacco. Il commento del presidente giunge il giorno dopo che la Cina ha denunciato come “dannoso” un discorso di Hillary Clinton sulla libertà nella rete internet – che accusa Pechino – e ha detto che esso rischia di mettere in crisi le relazioni fra i due Paesi.<span id="more-677"></span></em></p>
<div><em>Intanto Google continua ad offrire ai suoi utenti cinesi materiale senza censura, nell’attesa di ridiscutere con Pechino gli accordi per la sua presenza in Cina. La compagnia americana è pronta anche a chiudere i suoi uffici in Cina. Attualmente Google possiede almeno un terzo del mercato cinese di internet. La sua principale rivale, Baidu, sostenuta dal governo come l’anti-Google, copre invece il 60%. Ma la maggioranza degli utenti di Google sono persone con un alto livello di educazione, sono concentrati nelle città e hanno un buon salario medio. Lo scorso anno i laureati utenti della compagnia americana erano quattro volte quelli di Baidu. Pubblichiamo di seguito il nostro editoriale (pubblicato anche sul quotidiano “Avvenire” (23/1/2010).</em></div>
<div>Le diatribe scoppiate in questi giorni fra Google e la Cina e poi fra Washington e Pechino sono un messaggio importante per l’intera comunità internazionale. A metà mese il gigante di internet ha scoperto che i suoi sistemi in Cina sono stati violati da alcuni hacker locali (forse su commissione del governo di Pechino), che sono riusciti a rubare indirizzi e-mail e dati su dissidenti cinesi. Google ha ritenuto che questo era troppo. La compagnia americana aveva già accettato una buona dose di censura entrando nel mercato cinese nel 2006: filtraggio delle notizie critiche del Partito comunista; cancellazione di temi legati a Tibet, Taiwan, Falun Gong, persecuzione religiosa, ecc… Al tempo, la scelta di Google era stata criticata dai cybernauti come un tradimento della libertà della rete, uno dei principi sbandierati dalla stessa compagnia che si è difesa dicendo che “un po’ di informazione libera è meglio che niente”.</div>
<div>Frustrata dalla incontentabile censura cinese, ora Google vuole riconsiderare il suo rapporto con le autorità e da circa una settimana ha tolto ogni filtro alle sue informazioni, con grande gioia di milioni di cinesi che finalmente trovano con facilità notizie sul massacro di Tiananmen, le violenze contro il Dalai Lama e gli uiguri, le accuse di corruzione nel Partito. Fra i cinesi c’è però il timore che Pechino non demorderà e costringerà Google a sottomettersi ancora alla censura o a uscire dal mercato cinese.</div>
<div>Il gesto di Google ha dell’eroico. Fino ad ora tutte le compagnie di internet (insieme a Google, Microsoft, Yahoo, Skype, Cisco, ecc…) avevano accettato per amore del mercato cinese (ad oggi 384 milioni di internauti) una dose di censura. A quanto pare Google si è accorta che la Cina come ogni dittatura, non è mai soddisfatta e domanda una sottomissione sempre maggiore. È possibile che dietro questa “umiliazione” delle compagnie straniere, vi sia un modo per dare più spazio alle compagnie cinesi come Baidu, che sta soffrendo per la grande crisi economica e che mal sopporta la concorrenza alla pari.</div>
<div>La causa di Google è stata sposata da Hillary Clinton che due giorni fa ha accusato la Cina (e qualche altro Paese) di erigere un “nuovo Muro di Berlino” con la censura su internet. Il ministero degli esteri di Pechino ha riposto con durezza rivendicando il voler seguire le proprie leggi su internet e giudicando l’intervento della Clinton “dannoso” ai rapporti fra Cina e Usa.</div>
<div>Anche per la Clinton si può parlare di “conversione” o ripensamento. Solo un anno fa, a Pechino ha messo in chiaro ai giornalisti che la sua amministrazione avrebbe discusso con la Cina su tutto, ma senza mettere in crisi i rapporti economici. Forse però anche la Clinton si è accorta che la Cina vuole sempre di più e al silenzio di Washington sul Dalai Lama, gli uiguri, l’arresto di dissidenti non corrisponde un’apertura altrettanto generosa sull’economia, che in Cina è ancora molto protetta. Fino ad ora erano in molti a scommettere che le aperture economiche avrebbero portato più libertà nel Paese. Ora ci si accorge che anche le poche aperture economiche sono sottomesse al Partito, che distribuisce la sua ricchezza come vuole, ma sempre e solo a chi sostiene la sua supremazia. Le compagnie di internet, per esempio, sono stufe di vedersi soffiare i contratti col governo e i suoi torrenziali contributi con il favoreggiamento delle ditte cinesi.</div>
<div>Gli scontri di Google e della Clinton con la Cina segnano la fine dell’omertà, del nascondere le violazioni ai diritti umani in Cina in cambio di succosi contratti economici. Ci si è accorti che dove la libertà di informazione è minata, prima o poi, anche la libertà di commercio è azzoppata e l’unica via per lavorare con la Cina è costituire un gruppo “mafioso” con essa.</div>
<div>I più felici di questa diatriba sono gli attivisti per i diritti umani. Molti cinesi, alla notizia della presa di posizione di Google, hanno inscenato veglie a lume di candela e deposto fiori davanti alla sede pechinese della compagnia. Diversi blogger hanno inneggiato a Google e hanno domandato la libertà per Hu Jia e per Liu Xiaobo, due attivisti condannati a 4 e a 11 anni proprio per aver diffuso su internet le loro idee di democrazia e la fine del Partito unico. Il controllo su internet è l’unico modo per tenere sottomessa la popolazione e la censura è il metodo per mantenere il potere. L’informazione, si sa, è potere; la mancanza di informazione sostiene la dittatura.</div>
<p>Fonte: AsiaNews</p>


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